Lasciami parlare, non interrompere.
Non ho tempo di darti ascolto.
Mi vengono a prendere, questa sera, alle sei. Domani mattina non ci sarò più.
Carcere del Cairo, 1974. Una donna condannata a morte attende il momento dell’esecuzione.
Il suo portamento è diverso da quello delle altre prigioniere: la testa è sollevata, i movimenti
delle mani misurati, lo sguardo fermo, nerissimo, impenetrabile.
Il suo nome è Firdaus: la chiamano prostituta, assassina, violenta, figlia di nessuno. Nel corso della sua breve vita ha sopportato miseria e umiliazioni. Eppure, non ha paura della morte, né del giudizio degli uomini: fiera, orgogliosa, sprezzante, attende il momento della sua fine. Ma prima, vuole narrare la propria storia alla scrittrice che la viene a visitare, la stessa Nawal al Sa’dawi, testimone partecipe ma impotente. Firdaus sarà così voce di denuncia, potente e indomita, a un sistema di violenza di genere che, senza il coraggio assoluto di chi osa opporglisi anche a costo della vita, è destinato a perdurare, inalterato e terribile: una donna, infatti, acquista la vera libertà solo quando diventa consapevole delle catene che sempre l’hanno imprigionata – catene ben più reali e opprimenti di quelle
del carcere. Testimonianza indocile di una vita straordinaria, racconto lirico e duro di una protagonista indimenticabile, questo libro alla sua uscita è stato oggetto di una severa censura in Egitto, salvo poi diventare un pilastro della letteratura femminista internazionale pubblicato in oltre venti lingue.